Non avremo più niente.

Tabella dei Contenuti

Ho una teoria.

Non particolarmente allegra, lo ammetto.

La proprietà privata non verrà abolita.

Non serviranno rivoluzioni.
Non serviranno espropri.
Non servirà qualche governo cattivo che arriva a casa nostra e ci porta via il televisore.

Sarà molto più semplice.

A un certo punto possedere le cose diventerà troppo costoso.

E noi, spontaneamente, inizieremo ad affittarle.

Una dopo l’altra.

Fino a quando ci sembrerà perfettamente normale lavorare ogni mese per pagare il diritto di continuare a usare le cose che ci servono.

Tutte.

Quando possedere diventa troppo costoso

La cosa interessante è che in parte sta già succedendo.

Prendiamo un computer.

Per me è uno strumento di lavoro. Non è un lusso.

Un computer professionale di fascia alta può facilmente costare diverse migliaia di euro e il prezzo sale rapidamente aumentando memoria, potenza e configurazione.

Quindi immagino uno scenario abbastanza semplice.

Il computer che vorrei costa 6.000, 8.000, 10.000 euro.

Non li spendo.

Me lo dai a 250 euro al mese?

Va bene.

Anzi, comodissimo.

Ogni tre anni me lo cambi pure.

Fantastico.

Solo che quel computer non è più mio.

E soprattutto c’è una domanda che normalmente non facciamo:

cosa succede se quei 250 euro diventano 300?

Poi 350?

Poi 400?

Posso protestare.

Posso cercare un’alternativa.

Ma se quello strumento mi serve per lavorare, alla fine pago.

L’intelligenza in affitto

Ed è qui che la faccenda comincia a diventare interessante.

Perché con l’intelligenza artificiale siamo già molto più avanti.

Io uso quotidianamente sistemi AI che, fino a pochi anni fa, sarebbero sembrati fantascienza.

Ma non possiedo nessuno di quei sistemi.

Non possiedo ChatGPT.
Non possiedo Claude.
Non possiedo Gemini.

E soprattutto non posso comprarmi il modello più avanzato che uso normalmente, installarlo sul mio computer e decidere che da oggi sarà mio per sempre.

Esistono modelli che posso far girare in locale, certo.

Ma per utilizzare molte delle AI più potenti compro accesso.

Pago un abbonamento.

Oppure pago a consumo.

Un milione di token.
Una chiamata API.
Un mese di servizio.

È affitto dell’intelligenza.

E questa, secondo me, è una cosa enorme.

Perché l’intelligenza artificiale sta diventando uno strumento produttivo.

Tra qualche anno dire “lavoro senza AI” potrebbe essere simile a dire oggi “lavoro senza Internet”.

Possibile.

Ma complicato.

Quindi potremmo trovarci nella situazione curiosa in cui una parte importante della nostra capacità di produrre reddito dipenderà da un’intelligenza che non possediamo.

Se il prezzo aumenta?

Paghiamo di più.

Oppure diventiamo meno competitivi.

Non serve nessun complotto

Non serve nessun complotto.

È proprio questo il bello.

O il brutto.

Non c’è bisogno che qualcuno si riunisca in una stanza segreta e decida che Federico dal 2037 non deve più possedere niente.

Bastano gli incentivi economici.

Per un’azienda vendermi un computer una volta ogni cinque anni è un buon affare.

Farmelo pagare tutti i mesi è un affare migliore.

Vendermi un software una volta è un buon affare.

Farmelo pagare ogni mese è meglio.

Vendermi una macchina è un buon affare.

Farmela pagare per tutta la vita è meglio.

E dal mio punto di vista?

Spendere 70.000 euro per un’auto è doloroso.

Pagare 699 euro al mese sembra molto più accettabile.

Quindi siamo tutti d’accordo.

Chi vende incassa ricavi ricorrenti.

Chi compra evita il grande investimento iniziale.

Il sistema si sposta naturalmente verso il canone.

Auto a noleggio.

Computer a canone.

Software in abbonamento.

AI a consumo.

Casa in affitto.

Anche le aziende compreranno sempre meno

E perché fermarsi alle persone?

Immaginiamo una piccola azienda manifatturiera.

Deve comprare un robot di saldatura da 150.000 euro.

Oppure può pagare 3.500 euro al mese comprensivi di macchina, manutenzione, software e aggiornamenti.

Cosa sceglierà?

Probabilmente il canone.

Ha perfettamente senso.

Ed è esattamente questo il problema.

Ogni singola decisione ha senso.

È il risultato complessivo che potrebbe essere molto diverso da quello che immaginiamo.

Perché dopo qualche decennio potremmo guardarci intorno e scoprire che praticamente tutto ciò che utilizziamo appartiene a qualcun altro.

La casa al proprietario.

L’auto alla società di noleggio.

Il computer alla società che ce lo fornisce.

Il software a Microsoft, Adobe o qualcun altro.

La nostra capacità AI a OpenAI, Anthropic, Google o chi ci sarà allora.

Il robot della fabbrica al produttore.

I server ad Amazon, Microsoft o Google.

La musica a Spotify.

I film alle piattaforme.

E noi?

Noi avremo accesso.

A tutto.

Che sembra bellissimo.

Finché possiamo permettercelo.

La rata senza ultima rata

E qui arriviamo alla cosa che mi inquieta davvero.

Non è il fatto di non possedere.

È il fatto che smettere di pagare potrebbe significare smettere di vivere nel modo al quale siamo abituati.

Quando possiedo qualcosa, ho accumulato patrimonio.

Ho lavorato, ho guadagnato, ho comprato.

Quella cosa rimane.

Nel nuovo modello potrei lavorare, guadagnare e pagare.

Poi il mese successivo lavorare, guadagnare e pagare ancora.

E quello dopo ancora.

Una rata senza ultima rata.

Se smetto di produrre reddito, progressivamente si spengono gli accessi.

Prima i servizi superflui.

Poi quelli utili.

Poi quelli indispensabili.

Lo abbiamo già fatto con il cibo

Forse il paragone più interessante è il cibo.

Per migliaia di anni una buona parte delle persone produceva almeno una parte di ciò che mangiava.

Oggi quasi nessuno di noi lo fa.

Io non coltivo il grano.

Non allevo galline.

Non faccio olio.

Non produco formaggio.

Ogni giorno scambio denaro con qualcuno che mi permette di mangiare.

E ci sembra assolutamente normale.

Naturalmente il supermercato non è un abbonamento.

Ma il principio sottostante è interessante.

Abbiamo rinunciato quasi completamente alla capacità individuale di produrre una cosa indispensabile perché un sistema specializzato la produce molto meglio di noi.

Ed è stata una scelta razionale.

Potremmo fare esattamente la stessa cosa con tutto il resto.

Perché dovrei possedere un’auto?

Perché dovrei possedere un computer?

Perché dovrei possedere una macchina utensile?

Perché dovrei possedere dei server?

Perché dovrei possedere un modello AI?

Qualcun altro può produrre tutto meglio, aggiornarlo, mantenerlo e darmelo quando mi serve.

Io pago.

È estremamente efficiente.

Ma efficienza e indipendenza non sono la stessa cosa.

Ed è questo, alla fine, il punto.

Forse la vera ricchezza sarà l’autonomia

Immaginiamo due persone.

Guadagnano entrambe 5.000 euro al mese.

Vivono in case simili.

Guidano auto simili.

Usano gli stessi computer.

Da fuori sembrano avere più o meno lo stesso tenore di vita.

Ma il primo possiede la casa senza mutuo.

Possiede l’auto.

Possiede il computer con cui lavora.

Ha magari dei pannelli solari che producono una parte dell’energia che consuma.

Ha strumenti che continueranno a funzionare anche se domani il suo reddito si interrompe.

Il secondo vive in affitto.

Ha l’auto a noleggio.

Il computer a canone.

Il telefono a rate.

Il software in abbonamento.

L’AI a consumo.

Il cloud a consumo.

Una parte importante della sua vita esiste soltanto finché ogni mese continua a entrare denaro.

Guadagnano uguale.

Sono ricchi uguale?

Non ne sono così sicuro.

Finché il reddito continua, probabilmente sì.

Se si interrompe per sei mesi, scopriamo immediatamente una differenza enorme.

Il primo ha patrimonio.

Il secondo ha accesso.

E forse questa sarà una delle grandi distinzioni economiche del futuro.

Non tanto tra chi guadagna molto e chi guadagna poco.

Ma tra chi può permettersi di smettere di pagare e chi no.

Tra autonomia e dipendenza.

Il contatore invisibile

È possibile persino che la persona che possiede meno viva meglio.

Avrà sempre l’ultimo modello di auto.

L’ultimo computer.

L’AI migliore.

Niente manutenzione.

Niente problemi.

Un servizio perfetto.

Ma avrà anche un enorme contatore invisibile che gira ogni giorno.

Casa: X euro.

Auto: X euro.

Computer: X euro.

AI: X euro.

Software: X euro.

Energia: X euro.

Servizi: X euro.

Finché lavori, nessun problema.

Quando smetti?

Il contatore non smette con te.

Ed è per questo che forse in futuro dovremo iniziare a misurare la ricchezza in un modo diverso.

Non soltanto:

“Quanto guadagni?”

E neppure soltanto:

“Quanto possiedi?”

Ma:

“Per quanto tempo puoi continuare a vivere come vivi oggi se domani smetti di lavorare?”

Quella risposta potrebbe diventare una misura molto più interessante della nostra libertà.

Non ci porteranno via niente

Non credo che un giorno qualcuno dichiarerà:

“Da oggi la proprietà privata è abolita.”

Credo possa succedere qualcosa di molto più banale.

La proprietà continuerà tranquillamente a esistere.

Solo che a possedere le cose saranno sempre più spesso le aziende che hanno il capitale necessario per comprarle.

E noi compreremo l’accesso.

Una comodissima rata mensile alla volta.

Finché un giorno potremmo accorgerci che lavoriamo per pagare l’uso della casa in cui viviamo, dell’auto con cui ci spostiamo, del computer con cui lavoriamo, dell’intelligenza che ci aiuta a lavorare e delle macchine che producono ciò che compriamo.

Avremo accesso praticamente a tutto.

E forse non avremo quasi niente.

Tutto funzionerà perfettamente.

A patto di continuare a pagare.

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