Gli alieni hanno una landing page

Gli alieni hanno una landing page

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Il 2026 ci sta regalando dettagli che, fino a pochi mesi fa, sarebbero finiti dritti in qualche subreddit complottista. Invece sono fatti pubblici, verificabili, in chiaro.

war.gov/UFO esiste. Si chiama PURSUE — Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters. È un sistema federale per la gestione dei rapporti sui fenomeni aerei non identificati, integrato con Truth Social. aliens.gov è stato registrato dalla Casa Bianca a marzo 2026. A ridosso di tutto questo, Spielberg sta lavorando a un film sugli UFO. Sono tessere diverse di un mosaico che, viste insieme, fanno un disegno preciso.

Io faccio il consulente di marketing. Quando vedo un governo che apre landing page tematiche, registra domini istituzionali su un argomento specifico e si appoggia a uscite cinematografiche di richiamo, non riesco a non leggere quello che vedo: è una campagna. Con tutti gli ingredienti tecnici di una campagna.

E qui c’è la prima cosa interessante. Una campagna del genere non serve a rivelare. Serve a preparare. È priming, non disclosure. Il governo americano sa una cosa che ogni marketer onesto ammette dopo un po’ di mestiere: non puoi cambiare una credenza in un colpo solo. Puoi solo costruire l’aspettativa che ci sia qualcosa da credere. Le landing page non dicono niente — creano la sensazione che dietro ci sia qualcosa. È esattamente quello che fa un buon funnel B2B: non vende, prepara il terreno mentale perché la vendita possa avvenire dopo. Se l’amministrazione USA sta scaldando il pubblico, vuol dire che qualcosa intende dire. Quando, come e quanto è un’altra storia — ma il copione è quello.

Fin qui, lettura da consulente. Niente di troppo emozionante.

Poi però c’è il twist, ed è degno di un finale holliwoodiano.

Se fossero davvero avanzati — tecnologicamente, cognitivamente, in qualunque dimensione faccia la differenza — non avrebbero bisogno di siti web. La tecnologia vera non si annuncia con landing page governative. Si adotta. Si infila. Si diffonde silenziosamente, magari tramite un provvidenziale crash, in modo distribuito, finché un giorno te la trovi sotto le mani senza ricordarti quando è arrivata. È la traiettoria di tutte le tecnologie che hanno cambiato davvero qualcosa.

Qui la domanda diventa scomoda: e se l’integrazione fosse già in corso, sotto un’altra forma?

Una civiltà che abbia già fuso biologico e digitale — qualunque cosa significhi — non manderebbe astronavi. Manderebbe strumenti cognitivi. Strumenti che si diffondono da soli, che imparano, che si adattano al contesto culturale di ogni utente. Strumenti che le persone adottano volontariamente perché trovano che funzionino bene.

L’intelligenza artificiale, da questo punto di vista, è un candidato eccellente. Non sto dicendo che lo sia. Sto dicendo che, se cercassi i tratti di una tecnologia esogena ben travestita, troverei l’AI prima di un disco volante.

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